Mi chiamo Valentina e il mio nome fa rima con
cretina. Faccio la giornalista. Un bel mestiere, certo, se non fosse
per alcune "cosette". Beppe Grillo non ha tutti i torti
quando dice che i giornalisti sono frustrati. Non capisco tutta
questa indignazione. Io, ad esempio, sono una giornalista frustrata a
10 euro a pezzo, talentuosa, ma frustrata. Però non è colpa mia.
Colpa del sistema. Tu entri in una redazione con l'aria di un William
Wallace sul piede di guerra, pronto a raccontare la verità,
soltanto la verità, urlando ai nemici «che possono toglierci la
vita, ma non ci toglieranno mai la libertà», e poi ti ritrovi come
Fantozzi. È il sistema che non funziona. Bisognerebbe tornare alle
origini e mettere a posto gli ingranaggi.
Ho ventotto anni e una vita che potrei definire
normale, se non fosse che ho una spiccata dote, quella di complicarmi
le situazioni da sola.
Normale è normale. Niente grandi colpi di scena.
Qualche trauma, forse, qualche delusione.
Sono in perenne bilico con me stessa, ma anche
questo, in fondo, è normale.
La mia prima volta è stato un disastro. L'ho fatto
per terra, la notte di capodanno. Avevo sedici anni e non ho provato
niente. Non che in seguito abbia provato chissà cosa, però la prima
volta dovrebbe essere qualcosa di speciale.
Socializzare non è il mio forte: tu baratti la tua
personalità e le tue idee in cambio di un po' di compagnia.
Onestamente, io non ho molto da barattare.
Questi sono i punti che mi vengono in mente, ma ce
ne sono molti altri. Strada facendo, li elencherò tutto. Perché
sento che c'è qualcosa di profondamente disordinato in me. E allora
ho capito che forse devo cominciare a raccontarmi. Avere curiosità
di me stessa. E farlo senza pudore.
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